Che succede quando due regioni diverse, confinanti, certo con storie diverse, si uniscono? Ve lo dico io! Finisce sempre che ci si alza da tavola con la pancia piena e il naso e le guance rosse!

Lo avete capito stiamo parlando dell’Emilia e della Romagna. Da un lato abbiamo l’Emilia, con Modena, Reggio, Parma e Piacenza. Nel 1860 fu annessa al Regno d’Italia e i suoi confini si estesero includendo Bologna e Ferrara con l’intera Romagna e le province di Forlì, Cesena e Rimini.

Così l’opulenta, solida, saporita e condita Emilia si è seduta a tavola con i romagnoli, da sempre grandi cultori della cucina, delle carni goduriose cucinate lentamente al forno e condite con limone e rosmarino e annaffiate con il buon vino. Emblema della Romagna è la piadina, che non è solamente cibo, ma un vero e proprio fenomeno di costume, tanto che fu proprio Giovanni Pascoli, il poeta del fanciullino, a scegliere il nome per “pane nazionale dei Romagnoli”, ufficializzando il termine “Piada”: “Piada, pieda, pida, pié, si chiama dai romagnoli la spianata di grano o di granoturco o mista, che è il cibo della povera gente; e s’intride senza lievito; e si cuoce in una teglia di argilla, che si chiama testo, sopra il focolare, che si chiama arola…”. Pascoli ipotizzava che la piadina fosse un alimento antico quasi quanto l’uomo e forse non aveva torto, anche perché se ne trovano tracce nel settimo canto dell’Eneide!

Il vero successo per la piada arrivò tra gli anni ’40 e gli anni ’50, quando iniziarono a comparire lungo le strade e lungo i litorali, i chioschetti ambulanti che preparavano le piadine al momento da condire con porchetta, salsicce cotte alla brace, cavoli, pomodori e melanzane gratinate. I chioschi, piadinerie e ambulanti si sono moltiplicati durante gli anni. La Piada è diventata un simbolo della Romagna riconosciuto in tutto il mondo e nel 2013, ne sono state prodotte sessantuno mila tonnellate. Un riconoscimento consolidato solo un anno fa quando l’Unione europea ha riconosciuto alla “Piada Romagnola” l’Identificazione geografica protetta.

Alla Piada romagnola, l’Emilia risponde con le tigelle o crescentine. Si tratta di focaccine modenesi con un impasto fatto di farina, strutto, lievito e acqua. Solitamente sono farcite con salumi, verdure o con il classico pesto modenese fatto con il lardo, aglio e rosmarino. Sull’Appennino modenese erano chiamate crescentine, perché le tigelle sono i dischi di terracotta o di pietra refrattaria in cui erano cotte. La cottura tradizionale oggi avviane ancora nella “tiggelliera”, ma se non ne avete mai vista una, potreste utilizzare una piastra o la leccarda del forno, ma entrambe devono già essere roventi.

Non possiamo alzarci dalla tavola senza un buon bicchiere di vino. Ci andrebbe tutto di traverso altrimenti! Cosa miglio del Sangiovese? Rosso rubino, il profumo delicato, il sapore secco e amarognolo!

Uno dei vitigni italiani più diffusi, le aree coltivate coprono l’undici per cento della superficie dello stivale. Si coltiva dalla Romagna fino alla Campania. Dire Sangiovese è riduttivo perché ne esistono tantissime tipologie che mutano di regione in regione. Anche il suo nome ha un’origine incerta, alcuni pensano che derivi da “Sangiovannese” perché originario di San Giovanni Valdarno, c’è chi pensa che sia una forma dialettale legata al germoglio precoce dell’uva “san giovannina”, pronta per la festa di San Giovanni. Infine il suo legame con la Romagna: una scuola di pensiero, la più accreditata pensa che il nome Sangiovese provenga da “sanguegiovese” o Sangue di Giove, perché proviene dal Monte Giove nei pressi di Santarcangelo di Romagna.

Oggi il Sangiovese di Romagna è un vino DOC e la sua produzione è consentita solo delle province di Forlì e Cesena, Ravenna, Rimini e in sette comuni della provincia di Bologna.

E adesso a pancia piena e gote rosse andiamo a riposare! Evviva l’Emilia Romagna che si fa mangiare!